In questo spazio troverete, curiosità, storie di italiani e di “italianità”. Vogliamo raccontarvi dove ci hanno portato l’amore per la tradizione, la volontà e la capacità di innovare e ricostruire e di ricomporre un mosaico variopinto di saperi.



IL VINO NELLA SIMBOLOGIA MEDITERRANEA

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IL VINO NELLA SIMBOLOGIA MEDITERRANEA

L'uso del vino appartiene non solo alla nostra cultura ma anche al nostro modo di vivere, al nostro ritmo quotidiano, accompagnando i pasti e gli incontri.

La produzione del vino ha senza dubbio origini molto antiche, nel tempo la bevanda ha assunto valenze simboliche e religiose molto significative.

Già nell'Antico Testamento troviamo l'enigmatica figura di Melkisedek (Genesi 14,18), re sacerdote di Gerusalemme, garante della Pace e della Giustizia terrena, introduce il rituale del pane e del vino, benedicendoli e quindi consacrandone l'offerta. Il rito ha valore sacrificale, sacrificio però incruento, non di esseri viventi bensì di prodotti della terra. Sotto questo aspetto il vino ci ricorda il Soma, mitica bevanda rituale dell'India antica, servendo entrambi come reminiscenza dello stato paradisiaco e incorrotto dell'essere umano. Anche oggi nell'ebraismo si usa benedire il pasto – soprattutto la vigilia del sabato (giorno festivo) – bevendo un poco di vino specialmente adibito per l'occasione.

Sempre in ambito biblico ritroviamo l'uso del vino insieme al pane come momento di letizia: "Mangia con gioia il tuo pane e bevi con allegria il tuo vino, perché ciò che fai piace a Dio" (Ecclesiaste 9,7). D'altronde anche i Latini dicevano: Vinum bonum laetificat cor hominis, il buon vino rallegra il cuore dell'uomo. Da questo punto di vista il vino introduce il clima della festa e della convivialità attraverso le quali ci si libera temporaneamente dalle preoccupazioni e sofferenze quotidiane.

Da tempi immemorabili, già nelle tradizioni semitiche, il vino è stato considerato veicolo di conoscenza sovrasensibile, rappresentando non solo un rito ma anche, tramite l'ebbrezza che provoca, un mezzo per trascendere se stessi e il mondo. Aprendosi all'esuberanza del flusso della vita si può toccare quella saggezza raggiungibile altrimenti solo dopo un lungo processo interiore.

Significativa in questo senso è la figura di Dioniso, divinità greca equivalente al Bacco latino, tradizionalmente associato al vino (chiamato ‘sangue di Dioniso’) . Dioniso infatti incarna fondamentalmente quella sapienza che emerge dal vivere a fondo le contraddizioni e le polarità della vita, facendoli coinvolgere e approfondendo, aldilà della sfera razionale, antinomie quali gioia e dolore, umano ed animale, maschile e femminile, follia e lucidità, sobrietà ed ebbrezza.

La sapienza dionisiaca si realizza uscendo da se stessi e dalla vita mondana, senza però negare se stessi e questa stessa vita. Costituisce cioè una condizione estatica, un galleggiare nella dimensione della visione. Ricordiamo le sfrenate processioni delle Baccanti, seguaci del dio, descritte fra l'altro nell'omonima tragedia di Euripide. Nella mitologia greca Dioniso vaga avventurosamente e fra molte peripezie per il Mediterraneo e l'Asia Minore, arrivando persino in India. Da una parte queste peregrinazioni indicano probabilmente il cammino di diffusione della coltura della vite , dall'altra simboleggiano un percorso iniziatico (quindi riservato a pochi) legato ai Misteri e costellato di difficoltà e prove.

L'ebbrezza da vino, visti gli aspetti sopra indicati, viene così ad assumere un valore religioso. Potremmo descriverla come uno stato che dilata i confini della nostra coscienza, trasfigura il nostro 'essere nel mondo' e ci fa sentire parte di un tutto più grande, attutendo i sensi fisici e aprendo quelli dell'intuizione creativa. Vengono però a galla anche le tendenze represse, la favella si scioglie e l'Io nascosto si rivela pubblicamente. In vino veritas, nel vino emerge la verità.

Il vino può dunque servire a dischiudere una porticina sul sovrasensibile, ma proprio qui è la sua pericolosità, nell'uso profano ed eccessivo, ignorando i valori profondi ad esso collegati e oggigiorno ormai dimenticati (a parte forse il senso di convivialità).
Ritornando alla Bibbia, in Genesi 9,20-27 incontriamo Noè giacente all'interno della sua tenda senza vestiti e in probabile stato di ubriachezza (ricordiamo anche che Noè, scendendo dall'Arca, aveva piantato una vigna). Il figlio Cam si scandalizza, i fratelli Sem e Jafet camminano a ritroso per non vedere il padre nudo e lo coprono con un mantello. Questo episodio illustra simbolicamente proprio la condizione estatica di rapimento divino, paragonabile, su un piano più elevato, all'ubriachezza. Infatti Sem e Jafet si muovono con attenzione e rispetto per non disturbare lo stato di grazia di Noè.

Secondo Clemente di Alessandria il vino rappresentala vita contemplativa, il pane invece la vita attiva e la fede. Nel Nuovo Testamento Gesù dice: "Io sono la vera vite, il Padre mio è il vignaiolo" (Giovanni 15,1). Abbiamo così l'assimilazione fra vino e sangue. Nell'Eucarestia il vino diventa sangue di Gesù e cos'è il sangue se non l'essenza stessa della vita e la sede dell'anima secondo molti popoli? Il miracolo evangelico dell'acqua tramutata in vino durante le nozze di Cana (Giovanni 2) indica il salto qualitativo, il mutamento delle qualità essenziali del liquido vitale. Il vino viene a rappresentare la natura spirituale di Cristo, l'acqua la sua natura umana, il pane il suo corpo.

Per questa differenza qualitativa da un liquido neutrale come l'acqua si diceva che nel vino abitasse uno spirito che causava ebbrezza. La parola alcool viene dall'arabo al-khuli (il khuli è una polvere nera finissima usata anche oggi dalle donne arabe per truccarsi le sopracciglia) e la sottigliezza della polvere ha finito per indicare l'essenza, cioè lo 'spirito' del vino e dei liquori (spirituosa anche in danese).

Per quanto riguarda il modo islamico conosce anch'esso il vino. Il Corano però ne raccomanda l'astinenza affermando che nell'uso del vino vi è un vantaggio ma più grande è lo svantaggio che se ne ricava e occorre astenersene se si vuole prosperare (Corano 2,219 e 5,90).

Tuttavia anche l'Islam conferisce al vino valore sacrale: proibito nella vita terrena, lo ritroviamo nel paradiso mussulmano dove il vino "scorre a fiumi, delizioso per chi lo beve" (Corano 47,15) e costituisce una bevanda purissima. Inoltre compare in alcuni versi dei poeti mistici come Ibn Al Faridh il quale del vino dice :

"È a bevanda dell'amore divino, giacché questo amore genera l'ebbrezza e l'oblío completo di tutto ciò che esiste al mondo. È l'amore divino eterno che appare nelle manifestazioni della creazione. È la luce che brilla dappertutto , è il vino della vera esistenza e il vero richiamo, ogni cosa ha bevuto questo vino".

Gianni


L'OLIVO E L'OLIO DI OLIVA

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L'OLIVO E L'OLIO DI OLIVA TRADIZIONE E SIMBOLOGIA

"Aspettò ancora sette giorni, poi fece uscire di nuovo dall'Arca la colomba, la quale tornò da lui verso sera; ed ecco essa aveva nel becco una foglia fresca di ulivo. Noè comprese allora che le acque erano diminuite sopra la Terra".
Genesi 8,10

Le origini dell'ulivo si perdono nei millenni ma pare che sia originario del Medio Oriente circa 6000 anni fa, portato successivamente dai Fenici a Cartagine, si diffuse in tutta l'area mediterranea.

Per i Greci l'olivo era una pianta di somma importanza, protetto per legge, chi lo danneggiava rischiava pene severe e la collera divina. Particolarmente tutelati erano gli ulivi della piana di Eleusi i cui rami venivano usati nelle iniziazioni religiose.
L'olio serviva infatti come nutrimento, per l'illuminazione, per unguenti medicinali e per cerimonie religiose.

L'olivo era sacro alla dea Atena (da cui prende nome la capitale greca). Sull'acropoli sorgeva il suo olivo, nato da una contesa con Poseidone per il possesso dell'Attica, simbolo di tutela e di continuità della città, era conservato con cura e devozione.
L'olivo veniva così a rappresentare la sapienza nella forma di Atena-Sofia nata dalla testa di Zeus e la rigenerazione spirituale nell'Atena detta Glaucopide, ‘la scintillante’, incarnazione della luce e del fuoco divino e, grazie all'olio,si fa mediatrice con gli esseri umani e li rende partecipi delle qualità luminose celesti.

I vincitori degli antichi Giochi Olimpici venivano incoronati con ramoscelli d'olivo e i vincitori delle Panatenaiche, giochi in onore di Atena ricevevano come premi ,dal significato essenzialmente religioso, otri pieni di olio d'oliva.

L'olio veniva anche usato puro o come base di unguenti per unzioni cerimoniali, per offerte, per medicare, per preparare le salme nel loro cammino nell'aldilà. In Grecia così come in Egitto si lavavano e si ungevano d'olio le statue degli dei per conferirle vitalità e come atto di devozione e totale riverenza. Da notare che anche nell'India contemporanea si usano lavare e ungere (con olio di cocco) i simboli religiosi quali le statuette Lingam.

Secondo la leggenda l'olivo era stato portato in Grecia dall'Egitto o dalla Libia da Cecrope, eroe civilizzatore e primo re dell'Attica il quale insegnò l'agricoltura agli abitanti e fondò Atene.

A Roma l'olivo arrivò più tardi e fu dedicato a Giove e Minerva (l'equivalente di Atena). Per Virgilio l'oliva era il frutto della civilizzazione (nata con l'agricoltura), mentre la ghianda (frutto selvatico), era il simbolo dello stato paradisiaco anteagricolo.

Anche in ambito biblico l'olivo e il suo olio hanno grande importanza particolarmente come segno di prosperità e di abbondanza. Sul capo degli ospiti si usava versare un po' d'olio in segno di onore e di pace. Di olivo è il rametto portato dalla colomba a Noè dopo il diluvio, indicando la fine della catastrofe, il ritorno della speranza e quindi la pace. Anche oggi dalle nostre parti come simbolo di pace e di buon augurio ritroviamo il rametto di ulivo la domenica delle palme, appunto al posto della palma, per ricordare l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme.

L'olio era anche simbolo di purezza e di luce e l'ungere costituiva l'atto rituale della consacrazione degli altari, dei sommi sacerdoti e dei re ebraici. L'unzione come consacrazione dei nuovi re la ritroviamo in Europa, nell'assolutismo francese così come in Danimarca, il nuovo re era infatti unto dal vescovo, in fronte, sul petto, sulle spalle, l'unzione designava quindi la legittimazione divina e la discesa della grazia e dello spirito celesti.

Il messia ebraico, il salvatore era infatti ‘l'unto’ (mashiak in ebraico), tradotto poi in greco con Khristós, Cristo, l'unto del Signore.
Nel cristianesimo infatti l'olio santo rappresenta la discesa dello Spirito Santo e i suoi doni. Molti sacramenti e alcuni atti religiosi sono accompagnati dalle unzioni di crisma (la parola significa infatti ‘unzione’ e da essa prende nome anche la Cresima) olio d'oliva misto a balsamo (ma in origine era solo olio) .
così nelle ordinazioni sacerdotali, nella consacrazione episcopale, nella consacrazione degli altari e anche negli esorcismi.

L'olio d'oliva segna inoltre le tappe della vita, il suo inizio, nel Battesimo; l'introduzione al mondo adulto, nella Cresima; il congedo finale nell'Estrema Unzione. Introducendo di volta in volta un nuovo stato, l'olio d'oliva diviene veicolo di grazia, benedizione e illuminazione spirituale, concetti che nel mondo islamico sono espressi con una sola parola: Baraka.

Nell'islam difatti l'olivo diventa l'albero cosmico, asse e centro del mondo, da identificare al modello di uomo universale e quindi al Profeta, diviene fonte di luce e tramite l'olio porta "baraka" agli uomini. "Dio è la luce dei cieli e della terra. La sua luce è come quella di una lampada in una nicchia; la lampada è in una vaso di cristallo, e il cristallo è come una stella luminosa, e la lampada arde per l'olio di un albero benedetto: di un ulivo né orientale né occidentale.." dice la sura detta "della luce" nel Corano (24,35).

L'olio che brucia nelle lampade dona quindi visione, chiarezza, discernimento, coscienza, attributi che dovrebbero essere sempre con noi, necessari soprattutto al giorno d'oggi dove viviamo in mondo dove le illusioni, le apparenze, le distrazioni sono messe continuamente in risalto e permeano i consumi e gli scambi sociali, un mondo sempre più artificiale e meno naturale.

L'olio di oliva simbolicamente aiuta a far risplendere la luce che è in noi mentre fisiologicamente aiuta a mantenere pulita ed efficiente la circolazione sanguigna arteriosa e venosa prevenendo l'arteriosclerosi. Per la sua preziosità aveva i suoi numi tutelari, nel Salento per esempio lo Sciacuddi era il folletto protettore dell'olio (prodotto nei sotterranei temendo le incursioni dei Turchi).

La raccolta delle olive si svolge in novembre, il mese dei primi freddi, il mese delle riflessioni personali e volendo fare una considerazione possiamo paragonare la spremitura dell'olio a partire delle olive, all'estrazione dell'essenza spirituale a partire dai ‘frutti’, dalle qualità del proprio essere.
Ciascuno cioè deve passare attraverso la sua "torchiatura", processo a volte lungo e penoso, per trovare quanto di più prezioso esista in fondo a se stessi.

Gianni


il caffé sospeso

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Il caffé sospeso

Napoli.
Vicoli stretti, musica proveniente dalle case, clacson e chiacchiericcio di sottofondo. E un maestoso Vesuvio a fare da cornice. Impregnata di odore di mare, di ragù e di espresso, che circolano nell’aria. Questa è la mia città. Ex capitale del “Regno delle due Sicilie”, crocevia di culture in passato. Indiscutibile capitale del caffè: espresso, ovviamente. Solitamente i Napoletani bevono in media dai 5 ai 6 caffè al giorno, con una bustina di zucchero ed un sorso di acqua prima, per “pulirsi la bocca”.
I giorni sono solitamente soleggiati e trascorrono lenti: la pacatezza fa da regina, nel cuore di Napoli.
La caffeina è, infatti, un modo per cominciare la giornata e scrollarsi la pigrizia di dosso, ma è anche un modo per concedersi una piccola pausa e godersi una chiacchierata.
Il caffè non è una semplice bevanda per i Napoletani.
È uno stile di vita, una pausa, una coccola, individuale o da condividere con amici. È un’abitudine.
“Sai cos’è il caffè?” diceva De Crescenzo, uno dei maggiori artisti napoletani, “è una scusa per dire ad un amico che gli vuoi bene”.
Il caffè napoletano ha sostanzialmente tre caratteristiche: è cremoso, forte ed economico. Costa infatti solo pochi centesimi di euro.
Grazie al loro grande cuore, i Napoletani hanno deciso di regalare questo momento anche a chi non può permetterselo. Senzatetto, disoccupati, poveri: tutti hanno diritto ad un espresso.
Così, anziché ordinare un caffè al bar, se ne ordinano e pagano due. Uno viene bevuto dal cliente, mentre l’altro viene “sospeso”, pronto per la prossima persona bisognosa che entrerà nel bar.
Il caffè sospeso è un’antica tradizione napoletana, che si rinnova.
Ora, in alcune pizzerie della città, è possibile trovare anche la “pizza sospesa”, e talvolta, in biglietteria alla stazione, anche il “biglietto sospeso”.
Sono orgogliosa di essere nata in questa Terra, un terra generosa dove ogni persona merita almeno un espresso: per coccolarsi, svegliarsi, prendersi una pausa o soltanto per fare quattro chiacchiere con il barista.
Questa usanza napoletana rispecchia uno dei lati più belli della mia Terra: genuina, generosa e accogliente, nonostante i suoi problemi.
Chiunque visiti la città, non può non rimanere affascinato dai panorami mozzafiato, dalla storia e dalle tradizioni, dalle affascinanti contraddizioni, ma è il grande cuore dei suoi abitanti che più di ogni cosa lo cattura, insieme al profumo inebriante di Caffè!

Silvia